La lezione (mancata) di Montepaschi

C’è una signorina molto carina che lavora in una certa filiale di Monte dei Paschi. Mia madre lo dice da anni e con carina non fa riferimento all’aspetto fisico quanto alla gentilezza e affabilità dei modi. Che poi detti toni vengano impiegati per vendere sapientemente costose polizze assicurative dai rendimenti discutibili è un altro paio di maniche. Credo che la signora gentile e il suo rapporto con mia madre abbiano qualcosa da insegnarci sul caso Mps, atteso che del pasticciaccio brutto a cui assistiamo in questi giorni avevo già scritto all’inizio e intuito l’epilogo anche prima (ok mi piace vincere facile).

Mia madre mi chiama quando sente alla Tv che è successo qualcosa agli azionisti e obbligazionisti di Banca Etruria e delle altre ex (not so) good bank, quando sente che se vince il No al referendum casca il monte e casca la terra e quindi non può non chiedermi con una certa frequenza se può stare tranquilla col suo conto al Monte dei Paschi di Siena (quello dell’impiegata carina che vende prodotti assicurativi). Io per sintesi le dico che se non possiede azioni o obbligazioni Mps può stare tranquilla (e ho da tempo verificato che non ne possiede, non sarò affabile come la signorina, ma ho ancora a cuore i suoi interessi).

In questo piccolo aneddoto familiare c’è una chiave di lettura che, in una fase delicata e complessa come quella che sta attraversando il sistema bancario del nostro paese, credo possa essere utile e significativa. Come sarebbe il mondo se, accanto alle lezioni di Educazione Artistica, tecnica, fisica e religione, insegnamenti notoriamente indispensabili a comprendere come funziona il mondo, a scuola insegnassero anche la differenza tra un’azione e un’obbligazione?

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La strane idee del ministro sui giovani

Secondo Giuliano Poletti i giovani che lasciano il paese “non sono necessariamente i migliori”. Questo volendo tenere fede alla immancabile rettifica del caso, perché l’affermazione iniziale faceva riferimento a “gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”.

Lasciando da parte i toni, non esattamente in linea con quello che ci si potrebbe attendere da un ministro, e la troppo facile ironia verso un governo che dimostra la propria attenzione verso i giovani scegliendo una sindacalista al ministero dell’Istruzione, proviamo a concentrarci nel merito della questione: o chi rilascia dichiarazioni del genere non ha idea delle drammatiche conseguenze per il sistema Paese dell’emigrazione giovanile, aggravata dall’elevato livello di istruzione della maggioranza di quelli che si trasferiscono, oppure ce l’ha e deliberatamente prova a distogliere l’attenzione dalla gravità del problema. In nessuno dei due casi il ministro fa una bella figura.

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MPS verso il Burden Sharing (scongiurato il Bail-in)

Mancano poche ore alla definizione dell’operazione di aumento di capitale di Montepaschi. Mentre il governo ha predisposto uno scudo per le banche in difficoltà e per fronteggiare eventuali tensioni di liquidità proviamo a delineare gli scenari alternativi per i risparmiatori privati. Le due parole chiave da tenere a mente sono Burden Sharing e #bail-in. Il primo termine fa riferimento ad una ripartizione degli oneri di salvataggio tra lo Stato e i privati. Il secondo a un meccanismo di risoluzione interamente a carico di questi ultimi che può arrivare a coinvolgere anche le giacenze di conto corrente eccedenti i 100mila euro.

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Deutsche e il problema generale della redditività

Diciamola tutta: ai tifosi italioti non è parso vero di potersi prendere una marginale rivincita sui perfidi e austeri teutonici. La Germania, che da sempre si è mostrata critica nei confronti dell’assenza di rigore nel nostro paese – soprattutto in tema di finanza pubblica, ma anche con riferimento alle debolezze degli istituti di credito nostrani – ha visto uno dei più rilevanti tra i suoi campioni nazionali (Deutsche Bank significa letteralmente “banca tedesca”) attraversare un periodo di seria difficoltà.

La storia comincia nell’ottobre dello scorso anno, quando il nuovo co-amministratore delegato John Cryan vara un programma di ristrutturazione chiamato “Strategy 2020”, con la sospensione dei dividendi sulle azioni ordinarie, forti riduzioni nel personale e graduale uscita da 10 paesi. A metà di quest’anno, Standard and Poor’s rivede al ribasso l’outlook a causa delle sfide che il management dovrà affrontare nel portare avanti il piano di rilancio, pur confermando il rating “BBB+/A-2”. Nello stesso periodo, il ramo americano dell’istituto non riesce a superare gli stress test della Federal Reserve, mentre la casa madre supera di poco l’analoga verifica curata dalla Banca Centrale Europea.

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Una storia sbagliata

Ne abbiamo sentite di tutti i colori: “la banca è in procinto di fallire”, “Montepaschi verrà nazionalizzato ”, “tutto dipende dal referendum costituzionale”, “vinca il si o il no, non cambia niente” insomma, anche senza entrare nel merito di tecnicismi astrusi come Liability Management, Bail In e Burden Sharing è difficile raccapezzarsi anche per gli addetti ai lavori. Proviamo a mettere qualche punto fermo per farci un’idea di quel che sta succedendo.

Ad oggi la banca più antica del mondo ha sostanzialmente 3 problemi:

1. Una quantità di crediti deteriorati (di difficile esigibilità) troppo elevata rispetto al totale crediti e, per non farci mancare nulla, accantonamenti non adeguati.

2. Un patrimonio insufficiente rispetto alle necessità di copertura dei crediti deteriorati e alle altre potenziali fonti di perdita.

3. Una struttura operativa che necessita di pesanti interventi di riforma ed efficientamento anche in considerazione dell’influenza che detta struttura ha avuto sui punti 1 e 2.

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Transform 2019

Unicredit, l’unica banca italiana di rilevanza sistemica, ha presentato il piano strategico che prospetta interventi radicali a partire dal titolo: Transform 2019. L’intento apertamente dichiarato nei comunicato stampa è quello di porre in essere tutti i correttivi necessari per superare le eredità negative ricevute dalla gestione precedente e recuperare competitività nei confronti dei principali concorrenti a livello europeo.

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Tra gli interventi più significativi un aumento di capitale per 13 miliardi, il più grande mai realizzato a Piazza Affari, riduzione del personale di 14mila unità (su un totale di 101mila), rettifiche sui crediti per 8,1 miliardi funzionali ad una dismissione di sofferenze per un totale di 17,7 miliardi.

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MPS verso la nazionalizzazione

I recenti sviluppi del caso #Montepaschi, aggiungono complessità ad una situazione già difficile da seguire anche per gli addetti ai lavori. Posto che allo stato attuale non è possibile fare previsioni attendibili sul modo in cui evolverà la situazione, appare utile fornire un quadro sintetico di riepilogo che possa tornare utile ai risparmiatori e a tutti i cittadini interessati a una vicenda che potrebbe portare alla nazionalizzazione della banca più antica del mondo.

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Non è un paese per giovani

Che l’italia non sia un paese per giovani si può constatare in modo agevole mettendo a confronto due recenti iniziative gorvernative: il Fertility day e l’Ape, l’anticipo pensionistico concesso ad alcune classi di lavoratori.

Da un lato, ai giovani che già si confrontano con un mercato del lavoro con minori garanzie rispetto al passato, sopportando una pressione fiscale tra le più alte al mondo e finanziano un sistema fiscale per loro estremante penalizzante e iniquo, si richiede a colpi di hashtag di fare più figli; dall’altro si offre a chi è anziano la possibilità di ottenere un finanziamento agevolato, garantito dallo Stato per anticipare il momento della pensione, di fatto accrescendo gli oneri gravanti sui lavoratori ancora attivi.

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Accantoniamo le considerazioni fin troppo ovvie in merito alla campagna mediatica della prima iniziativa e alla lettura in termini di consenso politico sulla seconda, per provare a evidenziare i caratteri disfunzionali della logica retrostante ad entrambe le iniziative:
1-difesa a oltranza delle scellerate scelte politiche fatte in passato in termini di previdenza e trasferimenti intergenerazionaliignorando qualsiasi considerazione di equità e sostenibilità nel lungo periodo;
2-aggravio degli oneri sui lavoratori attivi, in spregio del fatto che quelli esistenti siano già difficilmente sostenibili;
3-completo disdegno del quadro degli incentivi ai quali rispondono gli individui.

 L’attuale sistema previdenziale è già profondamente iniquo perché trasferisce risorse da una generazione all’altra, volendo introdurre dei margini di flessibilità in uscita per alcune classi di lavoratori era davvero opportuno introdurre anche i finanziamenti agevolati?
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E se il segreto della crescita fosse la cultura?

Mentre il paese intero riscopre un singolare umanesimo di circostanza nel dare l’estremo saluto a Umberto Eco, vera icona della di quella classe intellettuale italiana, che pur non disdegnando le manifestazioni artistiche più popolari, rimane solidamente tradizionalista ed elitaria quando si tratta di decidere cosa sia o meno cultura, varrebbe forse la pena azzardare qualche riflessione sull’importanza sul valore concreto di questa impalpabile nozione e su quanto essa possa essere determinante per il nostro futuro. In Italia, azzardarsi a discutere, non dico del valore economico, ma anche del costo opportunità di effettuare studi umanistici è un po’ come bestemmiare in chiesa, come testimoniano le discussioni sorta in merito ad una serie di post di Stefano Feltri sul tema

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Quel che ci appassiona è discutere del calo delle iscrizioni al liceo classico denunciato da intellettuali come Umberto Galimberti quale inequivocabile segnale di un processo di impoverimento culturale, in cui i gusti della popolazione s’imbarbariscono e la perfida legge del mercato, agisce come una sorta di circolo vizioso: “Così il degrado viene alimentato e il fiume dell’ignoranza collettiva s’ingrossa, perché a suo tempo la scuola non ha generato una curiosità e una fascinazione per la cultura, dato che la sua preoccupazione è addestrare al futuro mondo del lavoro”.

Nel frattempo, negli Stati Uniti, terra di barbari cowboy il presidente si preoccupa di investire 4 miliardi di dollari per introdurre l’insegnamento del coding nelle scuole. Messa così, agli occhi degli intellettuali nostrani  potrebbe apparire una mossa utilitaristica, volta a rendere sempre più spendibili sul mercato del lavoro le competenze degli studenti. Eppure uno degli slogan del progetto evoca una prospettiva differente: “Non comprate un nuovo videogame: fatene uno. Non scaricate l’ultima app: disegnatela. Non usate semplicemente il vostro telefono: programmatelo”.

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La sapete quella del pagare tutti pagare meno?

Il mio ultimo post sull’errata congettura che sussista un qualche nesso tra riduzione nell’evasione e livello della pressione fiscale ha generato accese discussioni tra i commenti e sui social network.

In particolare quello che in molti lettori sembrano non comprendere è il carattere variabile di alcune misure di contabilità nazionale(es. spesa pubblica) o di fenomeni sociali (evasione etc.) al variare di talune condizioni date: se nel 2015 le imposte valevano 100, i contribuenti tassati erano 8 e gli evasori 2 (ipotizzati totali per semplicità) non si può immaginare di dividere i 100 per 10 invece che per 8 poiché se nel 2015 non fosse stato possibile evadere, sarebbero stati diversi sia il totale di imposte da pagare che il numero dei contribuenti dal momento che gli individui reagiscono alle condizioni in cui si trovano.
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Senza la comprensione di questo aspetto fondamentale non è possibile comprendere correttamente come funzionano i sistemi economici.
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