E se convenisse pagare di più gli statali?

Titolo: E se convenisse pagare di più gli statali?

Mentre Padoan si dice pronto a effettuare “tagli su tutto” [1], l’ultima puntata della soap opera sulla Spending Review ci informa che “una partecipata di stato su quattro non è redditizia”[2] e il governo “si costerna, si indigna e si impegna” per riformare la PA [3] imponendo pensionamenti e prevedendo spostamenti risolutivi di persone fino a 50km chi avrebbe il coraggio di invocare un aumento nelle retribuzioni dei dipendenti pubblici e in particolare dei dirigenti?

Lo spunto, solo in apparenza controintuitivo, proviene dall’Economist [4] di qualche settimana fa e merita qualche minuto di riflessione in più. Se un’istituzione funziona in modo inadeguato e costa relativamente troppo per il livello di servizio fornito [5] è abbastanza improbabile che intervenire solo in termini di riduzioni di costi possa ottenere dei risultati. Le persone che lavorano bene e tanto, di norma vogliono anche essere pagate e ricevere gratificazioni per il proprio operato, pertanto è plausibile che nelle organizzazioni disfunzionali la loro presenza sia l’eccezione piuttosto che la regola. Tagliare i costi, riducendo il personale e/o ridimensionandone i compensi (soprattutto con riferimento ai ruoli di responsabilità) se ha l’effetto immediato di migliorare il rapporto costo/qualità riducendo il primo, difficilmente potrà evitare di ripercuotersi sulla seconda peggiorandola in prospettiva. Una linea guida ideale di riforma di un’organizzazione inefficiente dovrebbe tendere all’obbiettivo di avere un numero inferiore di risorse rispetto a quelle esistenti capaci di fornire risultati migliori (guadagno di efficienza derivante da maggiore produttività individuale) e questo implica inevitabilmente retribuzioni più elevate.

Modernising the mandarins – The Economist

Come vendere in tempo di crisi, ai cittadini scontenti dal funzionamento del sistema, l’idea che bisognerebbe pagare di più soprattutto manager e dirigenti pubblici? Innanzi tutto si può considerare che investire qualche centinaio di migliaia di euro su una persona può generare risparmi per milioni in consulenze di miliardi in termini di opere e progetti non o mal realizzati. Poi va aggiunto che compagno naturale di un maggior rendimento è il rischio: le maggiori retribuzioni andrebbero strettamente condizionate al raggiungimento di risultati obbiettivi e quantificabili in anticipo così come dai risultati dovrebbe dipendere la riconferma di posizioni che sarebbero, necessariamente temporanee.

Singapore, che paga i suoi funzionari migliori fino a 2 milioni di dollari l’anno, riesce ad avere uno dei migliori sistemi sanitari spendendo in proporzione al pil meno della metà degli altri paesi [6]. La nuova Zelanda ha smantellato il vecchio sistema di gerarchie rigide e gerontocratiche sostituendolo con una struttura snella di responsabili di dipartimento e di progetto con contratti a termine basati su precisi obbiettivi e che possono essere messi alla porta in caso di mancato raggiungimento di quanto pattuito . E’ questo allora l’uovo di colombo per riformare la foresta pietrificata dell’apparato statale italiano? Basta mettere qualche soldo in più sul piatto (pro capite perché in totale si tratta di spenderne svariati di meno) a patto di offrirli a chi è disponibile ad accettare la scommessa?

Purtroppo non è così semplice [7] ed è in questo passaggio il nodo principale delle maggiori difficoltà nel conseguire delle riforme realmente incisive. Tre semplici osservazioni:

  1. La produttività del singolo funzionario, oltre che da caratteristiche individuali ( su cui incide quanto l’organizzazione è capace di attrarre i migliori) e dal sistema degli incentivi (premi per chi lavora bene, sanzioni per chi non lavora o lavora male) dipende anche dalle procedure (livello di burocrazia) e dalle infrastrutture (automazione e risorse informatiche): avere la capacità di ridisegnare le strutture amministrative secondo efficienza non è una competenza che si trova facilmente e men che meno a buon mercato

  2. Dimostrare che in pochi possono fare bene, quello che in tanti facevano male, implica ammettere che il sistema precedente era un fallimento di cui molte persone a tutti i livelli hanno approfittato per beneficiare di rendite di posizione ossia perdere con certezza il consenso di una certa fascia di popolazione, spesso abbastanza influente, senza alcuna garanzia che il beneficio prodotto per la collettività venga compreso in tempi ragionevoli

  3. L’indipendenza e l’assenza di conflitti d’interesse nel meccanismo di selezione ex ante e nel monitoraggio ex post sono le condizioni imprescindibili per affrontare qualunque tipo di impostazione di questo genere e purtroppo sono l’esatto contrario della situazione di partenza.

Per rivoltare al PA come un calzino occorrono

  • manager (che non si trovano facilmente e non costano poco e) assunti a tempo, pagati e confermati o meno sulla base dei risultati,

  • reperiti successivamente monitorati con meccanismi di selezione obbiettivi e trasparenti , peraltro grazie a big data e social network oggi facilmente implementabili con costi molto contenuti

  • cui venga conferita piena libertà di azione (se c’erano 10 risorse e ne basta 1 occorre farsene una ragione e agire di conseguenza)

Per questa via è possibile ottenere delle istituzioni più leggere e meno costose, che tuttavia riescono a fornire servizi migliori. Il problema, squisitamente politico, rimane come ripartire il costo sociale della trasformazione.

@massimofamularo

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Apologia di Socrate

[1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/27/padoan-tagli-su-tutto-ci-sono-margini-anche-su-sanita-e-istruzione/1100236/

[2] http://www.si24.it/2014/08/26/spending-review-cottarelli-interviene-sulle-partecipate-circa-1-su-4-non-e-redditizia/63498/

[3] http://www.governo.it/governoinforma/dossier/riforma_pa/

[4] http://www.economist.com/news/leaders/21611068-governments-need-rethink-how-they-reward-and-motivate-civil-servants-mandarin-lessons

[5] chi avesse perplessità sul rapporto costo/qualità della PA italica può sfogliare ad esempio il Global Competitiveness Report 2013-2014 [http://www.weforum.org/reports/global-competitiveness-report-2013-2014] secondo il quale l’Italia, scesa dal 42° al 49° posto (su 148 stati)nella classifica generale di competitività è al 102° posto per contesto istituzionale. Tra i fattori che ostacolano la possibilità di fare impresa dopo la pressione fiscale e la possibilità di accesso al credito spicca con il 17% di risposte tra gli intervistati l’inefficienza della pubblica amministrazione.

[6] http://www.economist.com/news/international/21611149-tight-finances-and-rising-expectations-are-remaking-civil-services-modernising

[7] http://www.leoniblog.it/2014/04/03/quel-proiettile-dargento-che-non-ce/

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Una risposta a E se convenisse pagare di più gli statali?

  1. Valerio ha detto:

    Il ragionamento fila e l’idea è pure buona. Funzionerebbe ovunque meno che in Italia, dove avremmo l’ennesimo aumento di spesa pubblica e nessun miglioramento di efficienza.
    I grandi manager che abbiamo in Italia (strapagati come pochi sulla terra) hanno quasi sempre risultati fallimentari su cui mai vengono responsabilizzati e vengono comunque liquidati con cifre da capogiro. Il management italiano, soprattutto pubblico, è tra i più incapace al mondo.
    Insomma, il problema è politico, ed è uno solo: troppi interessi personali, nessuna volontà di cambiare.

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