Cari giovani, l’Italia non è (ancora) morta

L’Italia è morta, andatevene finché siete in tempo

Una lettera con questo titolo è stata inviata al blog di Beppe Severgnini ed ha avuto una vasta eco in rete. La lettera dice molte cose condivisibili, in particolare è emblematica la conclusione:

Severgnini, lei dice, ai bravi ragazzi volenterosi che vogliono emigrare, di non farlo, e, se lo fanno, di tornare presto; io dico loro: “Andate fino a che siete in tempo. Quando avrete 50 anni (io ne ho 55), vi morderete le mani per non averlo fatto. L’Italia è un paese perduto. Lasciate i Trota, i Batman, i Formigoni e le Minetti al loro destino, e costruitevi una vita dignitosa altrove. L’Italia è morta”. Cordiali saluti. aldo@aldomarchioni.it

Severgnini  rimarca l’attenzione ricevuta dalla lettera, che “In 48 ore ha raccolto 31mila consiglia su Facebook, è stata condivisa 2.300 volte e twittata da 1.721 persone” . Ma si limita a una risposta rassegnata: “Ancora un paio d’anni così, e per noi non ci sarà una prossima puntata.”

Ecco il link della risposta per chi volesse leggere il testo completo.

Un’analisi lucida e conclusioni molto chiare: bisogna andarsene finchè si è in tempo o rassegnarsi e pentirsi in futuro.

Esiste però un’alternativa: darsi da fare per cambiare il paese.  E’ quello che stiamo cercando di fare. Se solo una parte delle persone che hanno risposto sul blog fosse disposta a impegnarsi con noi saremmo già a buon punto.

Nella necessità di semplificare,  il testo non coglie un aspetto a nostro avviso molto rilevante, ossia la contrapposizione di fondo tra assistiti e produttori, tra quelli che dall’intermediazione vorace dello stato guadagnano e quelli che invece la subiscono, tra produttori e assistiti, tra chi gode di privilegi e chi lavora e rischia per pagarli.

C’è una parte del paese  che è viva e vegeta e  gode anche di ottima salute. Un’Italia che non si cura di lasciare più di metà di quel che guadagna in tasse e contributi perché ottiene quei guadagni da rendite di posizione ereditarie e/o ottenute per meriti di relazione più che per il valore delle proprie capacità; che non deve preoccuparsi delle regole distorte o della burocrazia tentacolare perché certe regole e certe procedure si applicano in concreto solo ai sudditi e non ai “sovrani de lo monno vecchio”.

C’è poi un’altra Italia, quella che lavora, rischia e produce per tenere in piedi il paese. Un’ Italia ferita a morte dalla miopia e dissennatezza di chi è convinto che si possa estrarre risorse in misura sempre maggiore da chi produce, senza modificare l’incentivo di questi a produrre.

La radice del declino del nostro paese è tutta nella contrapposizione tra queste 2 Italie: quella che prospera e quella che oramai arranca a causa delle pretese crescenti dell’altra: tra prelievo diretto, indiretto e oneri derivanti dal malfunzionamento della pubblica amministrazione i produttori devono cedere ben oltre la metà di quello che ottengono  con i propri sacrifici e far fronte a sempre maggiori difficoltà nello svolgimento dalla propria attività.

Come si inscrive in questo quadro il monito che tanto successo ha avuto in rete?

Se la classe produttiva del nostro paese non troverà il modo di reagire e di spezzare il circolo vizioso che fa diminuire il prodotto e aumentare la quota che viene sottratta ai produttori il destino del paese è segnato e dunque il suggerimento per i giovani è corretto: non c’è alternativa, bisogna andare via.

Se invece riuscirà  a superare le vecchie contrapposizioni ideologiche, ormai prive di significato e a fare fronte comune, allora  è ancora possibile Fermare il Declino.  Chi vuole provarci è benvenuto. Siamo un movimento aperto e chi non ci sta ad accettare un destino che parrebbe già scritto può darne prova con i fatti.

Articolo inizialmente pubblicato sul sito di Fare per Fermare il declino

@massimofamularo

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Una risposta a Cari giovani, l’Italia non è (ancora) morta

  1. Mauro R ha detto:

    Quello che scrive è tutto vero. Cerco di essere sintetico quanto più posso. Teoricamente per quel poco che so di economia politica e di “sopravvivenza” aziendale posso dirle che sarebbe sufficiente detassare le attività produttive e riattivare il credito alle PMI insomma che le banche tornino a fare il loro mestiere (evidentemente stanno investendo il risparmio che raccolgono per autosalvarsi o in attività più remunerative o stanno prestando i soldi al figlio di…). Insomma bisogna ritornare ad investire sul nostro vero e proprio tessuto imprenditoriale che non è fatto di colossi o di multinazionali ma che è fatto di tante microaziende dai 3 ai 20 dipendenti che piaccia o no.

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