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Una domanda sconveniente al ministro calenda

La recente vertenza sui lavoratori della Embraco ha visto il ministro Carlo Calenda prendere una posizione molto dura nei confronti dell’azienda che si rifiuterebbe di portare la trattativa su toni ragionevoli dimostrandosi insensibile al valore delle persone e fortemente carente sotto il profilo della responsabilità sociale dell’impresa. Il passaggio successivo ha visto un colloquio con il commissario Vestager per verificare che non ci siano stati aiuti di Stato illegittimi e valutare la possibilità di avviare un fondo straordinario in deroga alla normativa sugli aiuti di Stato che consenta di ammortizzare gli effetti sociali delle delocalizzazioni produttive verso i paesi dell’est.

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Premesso che è perfettamente legittimo da parte del ministro perseguire la politica industriale che ritiene più opportuna c’è una questione di fondo, più generale che mi pare non sia stata discussa e che va al di là della singola vertenza. Prima di evidenziarla, stante anche la delicatezza della materia, vorrei ribadire la massima solidarietà ai lavoratori che in questi giorni vedono in pericolo la propria stabilità e augurarmi che ci possano essere delle soluzioni che riducano il più possibile l’impatto sociale connesso a questa vicenda specifica.

La domanda scomoda è la seguente: se abbiamo i costi del lavoro e il fisco di un paese ricco e sviluppato, come pensiamo di poter competere su produzioni che ormai sono alla portata dei paesi in via di sviluppo? Al netto delle possibili irregolarità che la Vestager non mancherà di censurare e gestire auspicabilmente le criticità più urgenti con un eventuale fondo che ammortizzi la transizione, dove andiamo dopo?

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La contendibilità della ricchezza conta più della concentrazione

Puntuali come la morte e le tasse, ogni volta che una qualche classifica degli uomini più ricchi del mondo viene aggiornata, arrivano le critiche alla concentrazione della ricchezza, le accuse di ingiustizia e i confronti immaginari con epoche d’oro che non sono mai esistite.

A questo proposito merita una menzione negativa ilpost.it che, basandosi non si sa su quali dati, parla di “concentrazione ai massimi storici” a fronte di “impoverimento delle fasce più povere” (passaggio poi rimosso, ma su internet nulla è mai cancellato per sempre). Per quanto questo tipo di retorica possa risultare attraente, in un’epoca come la nostra caratterizzata da profonde trasformazioni sociali ed economiche, si tratta in primo luogo di argomenti infondati e, in secondo luogo, di ragionamenti che non considerano una fondamentale chiave di lettura: le modalità di acquisizione dei patrimoni e la loro contendibilità.

Venendo al primo punto, non è semplice stabilire in modo obbiettivo se la ricchezza si oggi più o meno concentrata che in passato, a causa della qualità e quantità dei dati disponibili per i secoli scorsi. Per comodità e sintesi prendo in prestito le parole e il riferimento bibliografico fornito dal mio amico e storico dell’Economia Giovanni Federico per il quale “tutte le analisi storiche di lungo periodo dimostrano che in età pre-industriale la diseguaglianza era molto maggiore di oggi (Cf Milano if lindert Williamson economic journal 2011)” e i calcoli fatti da Massimo Fontana su Facebook:

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fmassimo.famularo%2Fposts%2F10155861258853955&width=500

Se in una prospettiva storica, come fatto da Fontana, proviamo a confrontare la frazione di ricchezza mondiale (o di stati rilevanti come gli Usa) controllata dagli uomini più ricchi, con quella odierna, ci accorgiamo semplicemente che, per quanto astronomici appaiono in valore assoluto i patrimoni dei super ricchi odierni, essi controllano una frazione inferiore dell’economia mondiale rispetto ai loro omologhi del passato.

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Altro che università gratis, si dovrebbe intervenire alla scuola dell’obbligo

La contraddizione in termini, contenuta nell’idea di aiutare i meno abbienti fiscalizzando l’onere di un servizio usato prevalentemente dai ricchi, come l’accesso all’università, che oggi è parzialmente a carico degli studenti, potrebbe essere tranquillamente liquidata come propaganda elettorale, seppure un po’ zoppicante sotto il profilo della logica.

++ Sinistra: Grasso, qui per difendere valori e principi ++

Val la pena tuttavia provare a fare qualche ragionamento meno superficiale in tema di benessere collettivo.

La riforma illustrata da Pietro Grasso non è solo carente dal punto di vista dei nessi di causa-effetto, perché otterrebbe conseguenze opposte a quelle desiderate dai suoi fautori, ma pecca anche di ingenuità, assumendo che l’unico ostacolo all’accesso all’istruzione universitaria consista nel pagamento della retta, laddove è abbastanza evidente che l’onere più rilevante della frequenza universitaria consiste invece nel mancato reddito da lavoro del periodo in questione. Ne consegue quindi una conclusione a dir poco rocambolesca ossia che la mera eliminazione delle rette universitarie possa incentivare l’affluenza negli atenei (lasciando perdere la questione che questo sia o meno un obbiettivo desiderabile).

Proviamo a fare un passo indietro e a inquadrare la questione in termini di benessere collettivo e distinguiamo tra competenze di base e competenze avanzate. Le prime servono a comprendere la realtà che ci circonda, consentendoci di esprimere a ragion veduta i nostri diritti politici e di evitare le truffe e i raggiri meno sofisticati, una volta si limitavano a leggere, scrivere e far di conto e oggi potrebbero includere nozioni di statistica, calcolo attuariale oltre alla abilità di discernere le fonti attendibili su Internet.

Le seconde, tra le quali rientrano quelle acquisite mediante studi universitari, hanno invece la funzione di rendere possibile l’esercizio di alcuni lavori o professioni, oppure di consentire lo svolgimento di attività di tipo edonistico (es comprensione e valutazione di opere d’arte per finalità ludiche etc).

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Una modesta proposta: dare un vitalizio ai tassisti

La protesta dei tassisti, in particolare il fatto che avendo messo a ferro e fuoco la Capitale abbiano ottenuto l’immediata solidarietà del sindaco 5 Stelle Virginia Raggi, un tavolo di trattativa accondiscendente dal governo e, in generale una certa comprensione da parte degli italiani, ci offre un’importante lezione su come funziona il nostro Paese e su quali potrebbero essere le scelte opportune di politica economica.

Una ‘modesta proposta’ per affrontare la questione del trasporto pubblico urbano, in modo definitivo, potrebbe dunque essere la garanzia di un vitalizio ai tassisti delle principali città italiane, magari con l’accortezza di un trattamento di maggior favore per i soggetti più violenti.

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Starbucks altro che umiliazione

L’imminente apertura di Starbucks a Milano ha suscitato accese discussioni, con conseguente presa di posizione da parte di Aldo Cazzullo sul “Corriere della Sera”: secondo il giornalista, l’approdo della catena internazionale nel capoluogo lombardo costituirebbe un’umiliazione per gli italiani.

(…)

Il fatto che il primo quotidiano del paese riesca a produrre una visione tanto anacronistica e incapace di comprendere le tendenze del mondo contemporaneo è un forte segnale di inadeguatezza delle élite culturali del nostro paese, che vive ancora nel ricordo dei tempi andati in cui, con il fascino italiano, si poteva conquistare il mondo anche con una “tazzulella e cafè”

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Ancora sulla pubblicazione MPS

In un recente articolo sul Sole 24 oreLuigi Zingales è tornato sul tema della pubblicazione dei nome dei principali debitori insolventi di Monte dei Paschi di Siena descrivendo, a titolo illustrativo, un esercizio da lui compiuto sui 30 maggior debitori di Banca Popolare di Vicenza.

Su questo blog avevo avanzato delle perplessità su questo tema argomentando che non è basandosi sul nome dei soggetti affidati che si può valutare la politica di erogazione e più in generale indagare le cause di dissesto dell’istituto, ma che occorrerebbe portare avanti delle analisi più articolate. Di seguito vorrei esporre brevemente perché l’esercizio proposto non mi convince appieno e perché rimango scettico sulla pubblicazione dei nominativi dei debitori.

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Oxfam strumentalizza ancora la disuguaglianza

Come ogni anno, in occasione dell’incontro invernale World Economic Forum, arriva anche il claim di Oxfam sulla disuguaglianza. Quest’anno, la ong, puntualmente ripresa in modo acritico dalla stampa più superficiale, ci informa che nel 2016 le otto persone più ricche possedevano la stessa ricchezza dei 3,6 miliardi più poveri del pianeta.

Tralasciando per un attimo i rilievi (anche significativi) di carattere metodologico sul modo in cui la misurazione è costruita, proviamo a concentrarci sulla disuguaglianza e sul senso di indignazione che si cerca di innescare per valutare se e quanto sia giustificato.

Dritti al punto: è un male che poche persone possiedano gran parte della ricchezza del pianeta? Molto difficile e tutt’altro che oggettivo formulare una risposta. Proviamo ad essere più specifici: è rilevante come quella ricchezza è stata conseguita e il modo con il quale si riflette sul benessere del resto della popolazione? In altre parole, c’è differenza se la concentrazione della ricchezza è determinata dalla libera interazione degli individui (mercato) oppure dalla coercizione ai danni della popolazione?

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A che serve la lista dei debitori insolventi?

Adesso che l’entità della problema Monte Dei Paschi comincia a diventare più chiaro, si fanno sentire le grida indignate di chi vorrebbe individuare e punire i responsabili. In particolare, un utile capro espiatorio potrebbe essere costituito dai primi 100 debitori in sofferenza che “sicuramente” costituiscono dei perfidi approfittatori a cui chiedere conto del dissesto dell’istituto e avrebbero la conveniente caratteristica di essere relativamente pochi, facilmente individuabili e, verosimilmente, diversi da noi e dai politici per i quali simpatizziamo.

Fermiamoci un istante e proviamo ad accendere il cervello: è più importante sapere chi i soldi li ha ricevuti oppure identificare chi ha preso le decisioni di erogare i finanziamenti?

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Aridaglie col modello superfisso per il lavoro

Il giurista Piergiovanni Alleva propone di ridurre l’orario di lavoro, per aumentare l’occupazione. Si tratta di una riedizione dello slogan storico che recitava “lavorare meno, lavorare tutti”.

Si tratta tuttavia di un’idea che la teoria economica prevalente ritiene infondata, al punto da aver codificato la “Lump of labour fallacy” ovvero fallacia della quantità fissa di #Lavoro.

Quando l’aritmetica non funziona

Il ragionamento puramente aritmetico risulta semplice e intuitivo: se tutti i lavoratori riducono il numero di ore lavorate, a parità di totale complessivo di ore da lavorare, si liberano degli spazi per consentire ad altri lavoratori di inserirsi.

Mutatis mutandis è la stessa logica fallace dell’ anticipo pensionistico in base alla quale potrebbe esistere una sorta di staffetta intergenerazionale: se alcuni lavoratori vanno in pensione, si liberano spazi per assumere giovani

L’errore logico principale di questi schemi è stato ribattezzato “modello superfisso” dall’Economista Sandro Brusco della Stony Brooks University di New York, e risiede appunto nella credenza che i processi produttivi, i bisogni degli individui e molte altre grandezze economiche non si modifichino nel tempo e non rispondano alle variazioni nel contesto in cui sono inserite.

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